Visualizzazione post con etichetta economia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta economia. Mostra tutti i post

lunedì 26 febbraio 2024

La Meloni e il coniglio

 

In merito al disegno di legge sull'autonomia differenziata c'è una legittima preoccupazione da parte dei cittadini del Sud Italia. Il dibattito pubblico al riguardo, con lo scontro tra il Presidente del Consiglio Meloni e il Presidente della Regione Campania De Luca, ha invece assunto toni grotteschi che umiliano, innanzitutto le istituzioni, ma soprattutto la sacrosanta pretesa di assistere ad un serio confronto tra le opposte ragioni. 

La manifestazione a Roma, promossa da De Luca con un manipolo di sindaci, non ha ricevuto udienza dal Governo, servendo fatalmente solo al teatrino delle parti. Ma chi governa ha il dovere di non sottrarsi allo scontro d'idee, pur se mosso strumentalmente. Alla Meloni si chiede: è la riforma dell'autonomia differenziata rilevante per il futuro dello Stato? è, inoltre, la Campania una Regione cardine per il traino del Mezzogiorno, e, dunque, del paese? Se la risposta è si, ebbene, non scappi dal confronto pubblico richiesto da De Luca a proposito. Il dibattito in Parlamento si è dimostrato quantomai inadeguato, in quanto i diversi partiti, al loro interno, hanno mostrato diverse posizioni in merito, trattandosi di questione non di appartenenza politica, ma territoriale. Dunque, per rivendicare le ragioni del Governo sul disegno di legge, è auspicabile un suo confronto diretto con i rappresentanti politici promotori del dissenso, De Luca in primis. 

I cittadini hanno il diritto di assistere ad un dibattito serio su questo tema così determinante per il futuro del paese. Se si sottrae, vuol dire che la Meloni, di fronte al destino dell'unità d'Italia, che tanto dice di amare, scappa. Scappa di fronte alle proprie responsabilità esattamente come il suo Duce, travestito da coniglio per raggiungere la frontiera.

lunedì 10 luglio 2023

Addio Colin


Capita, in un'afosa mattina di luglio, di ingarellarsi con un giornalista di un noto network automobilistico nei commenti a margine di un video di YouTube. Motivo del contendere la pubblicazione da parte della testata giornalistica del "primo contatto" della Lotus Eletre, "hyper SUV di oltre 5 metri, con un peso sulla tara di oltre 2 tonnellate, ma, soprattutto, a trazione elettrica", appena presentato. Ad indurmi a contestare il tono encomiastico del video - più correttamente, sarebbe giusto dire a costringermi - è stata la chiosa al pezzo del giornalista: "Alcuni ingegneri Lotus, mi hanno raccontato durante questo evento di Oslo, come il figlio di Colin, Clive, avesse scoperto negli anni passati bozzetti e tracce di una Lotus familiare esclusiva, insomma una progenitrice della Eletre".

Non ho saputo esimermi dal commentare quanto non sia degno di una testata giornalistica seria citare fantomatici bozzetti di Colin Chapman, riguardo una "familiare esclusiva", per giustificare l'oltraggio che la holding cinese Geely Holding Group (che ha acquistato il marchio nel 2017) sta facendo alla memoria di ciò che ha rappresentato il marchio Lotus nella storia dell'automobilismo. Si cerca forzatamente di tessere un filo con il passato Lotus, ma, in realtà, quel filo è stato maldestramente spezzato. Come me presuntuosamente credo la pensano in tanti, di certo i fortunati possessori di una Elise oppure di una Exige (per un brand ha ancora un valore il parere dei suoi storici clienti?). 

Casomai - ho suggerito -, nell'era dei SUV, un servizio automobilistico interessante sarebbe andare alla ricerca di quei bozzetti, per vedere come Chapman avesse declinato il suo emblematico "less is more" anche in quel caso. Ma, forse, questo è chiedere troppo, nell'era in cui anche il giornalismo è in "evoluzione". La coda velenosa al mio commento è stata che una cosa è raccontare il cambiamento in atto, un'altra è condividerlo; ammenoché, da parte delle testate giornalistiche del settore, non vi sia un tornaconto. 

sabato 5 marzo 2022

L'Europa ha un solo grande futuro, dietro di sé.

Stupiti, scopriamo in questi giorni che Putin è un pazzo sanguinario. Tutto giusto, quindi inutile ripetere ciò che è di dominio pubblico su di lui e la Russia. Ma, di quanto la NATO - cioè gli americani - sia corresponsabile di questa guerra annunciata, pochi, nelle testate occidentali, parlano, e quei pochi che lo fanno vengono additati di lesa maestà.    

Gli USA provocano consapevolmente e sistematicamente la Russia dalla fine della seconda guerra mondiale, polarizzando il quadro internazionale e schiacciando l'Europa in una morsa, avvantaggiandosene politicamente ed economicamente. A confermarlo ci sono le parole dell'attuale Presidente degli Stati Uniti che, riguardo all'incauto allargamento ad est della Nato, disse nel 1997: "Io penso in primo luogo che l'ammissione a breve termine nella NATO degli Stati Baltici provocherebbe delle conseguenze negative nei rapporti NATO e Russia, tra USA e Russia. Se mai esistesse una circostanza capace di far propendere verso una reazione vigorosa e ostile la Russia, sarebbe proprio questo".

Per queste ragione gli Stati europei dovrebbero, con un colpo d'ala, sciogliere la santa alleanza con gli americani, uscire dalla NATO e federarsi - finalmente - negli Stati Uniti Europei, dichiarandosi neutrali. Il Patto Atlantico è un abbraccio mortale che avvantaggia solo gli Stati Uniti d'America, ergendoli a guida dell'Occidente. Ma questa autorevolezza sugli altri Stati è infondata, questo status non glielo ha accordato nessuno.

Al contrario il popolo statunitense ha pochi primati di cui vantarsi. L'americano medio è gonfiato sin da piccolo da un nazionalismo becero ed è fieramente arrogante rispetto agli altri, ergendosi impettito su chiunque provenga da un altro paese che non sia il suo - e non si comprende su che basi: un paese relativamente giovane - dunque un nano della storia - la cui genesi racconta di uno sterminio degli indigeni propagandato per "conquista del west". L'imprinting è dunque quello di conquistare e depredare ammantandolo di eroismo. E, forse, l'arroganza USA è sintomo proprio di un inconscio complesso di inferiorità verso gli altri. 
Ed hanno ragione a sentirsi tali. Non hanno nulla da insegnare all'Europa, nessun primato da sventolare orgogliosamente, se non quello esibito con la bruta forza militare. Sono una costola della millenaria civiltà mediterranea, un surrogato ignorante venuto pure parecchio male. Avrebbero dunque bisogno di una gigantesca seduta psicoanalitica di massa. A fargliela - inascoltati - ci hanno pensato i loro grandi intellettuali, che, infatti, appartengono tutti alla controcultura. Sono i "non allineati" al mantra comune del sogno americano. In verità, il grande sogno americano è un bluff sul tavolo da gioco del mondo, un incubo. La tanto osannata democrazia americana è una farsa, il loro modello sociale lo è. Una società armata fino ai denti, strada per strada, pianerottolo per pianerottolo e divisa in caste: una manciata di Paperoni e una massa nevrotica di acquirenti compulsivi. Tutto è profitto, tutto fa business, finanche la salute (se non hai la possibilità di pagarti un'assicurazione sanitaria crepi). Nelle grandi metropoli americane, così come nelle loro sconfinate praterie, hai l'impressione che se chiudi i grandi megastore non sai dove andare. Il Dio denaro diffonde la sua legge amorale su ogni cosa e le pecore vanno dove vuole il cane. Cosa avremmo da imparare dal vuoto benessere che ci propagandano giornalmente? Per bombardare gli altri Stati non servono necessariamente i missili e le portaerei.
Inoltre, la comune solfa che dobbiamo essergli riconoscenti per averci liberati dai tedeschi durante la seconda guerra mondiale ha stancato. Intanto, il nazifascismo che infestava tutta l'Europa tu sconfitto da un'alleanza eterogenea di paesi, tra cui anche la Russia (Auschwitz e Berlino furono liberate dall'Armata Rossa), quindi dovremmo essere riconoscenti e genufletterci a vita anche ai russi? Eppure, forse perché "bombardati" da decenni di film propagandistici hollywoodiani, dove c'è sempre qualche yankee che, all'ultimo respiro, salva il mondo dalla catastrofe, alla domanda su chi abbia sconfitto i tedeschi nel secondo conflitto mondiale, i più rispondono candidamente "gli americani", dimenticandosi, tra gli altri, degli inglesi e dei russi.
Comunque sia, essere riconoscenti non significa essere sudditi, le cambiali non durano in eterno. Dalla fine del secondo conflitto mondiale, invece, gli USA, con il pretesto di "difendere gli alleati e la libertà", hanno piantato la propria bandiera e le proprie truppe in tutta Europa. A che titolo? per difendere quali interessi, e di chi? L'Europa non ha bisogno degli USA per progredire e gestire la propria politica estera. Ha bisogno, piuttosto, di liberarsi dalla arbitraria polarizzazione dei blocchi USA-URSS che la stritola, emanciparsi e stabilire una terza via, la nostra.
Se anche la NATO non c'entrasse nulla con l'invasione dei russi dell'Ucraina, ma questa fosse solo il frutto dell'interventismo di un nevrotico assassino, sarebbe comunque un'irripetibile occasione per cambiare la Storia ed immaginare un futuro diverso per l'Europa e, dunque, per il mondo intero. Non sarebbe un voltare le spalle al popolo ucraino, ma il modo per salvare tutte le ucraine di oggi e di domani. Potremmo tornare ad essere il faro del mondo e non vivere di riflesso, come facciamo oramai da troppo tempo.
Che farebbero gli amici americani rispetto a ciò, ci bombarderebbero? ci sanzionerebbero? Allora tanto vale ammettere che la NATO è un ricatto, non una federazione paritetica tra Stati. Gli americani non potrebbero che prendere atto di una svolta del genere, allineandosi. Nello scacchiere internazionale hanno bisogno di noi almeno quanto noi di loro. Cambiare il paradigma non solo è possibile, è doveroso. Lo dobbiamo agli ucraini di oggi e a quei nostri patrioti che contribuirono più di ogni altro a liberarci dal nazifascismo e che scrissero in Costituzione "l'Italia ripudia la guerra".
Nel caso specifico, bisogna trattare direttamente con la Russia per il ritiro dall'Ucraina, intavolare accordi di pace lungimiranti che tengano conto dell'interesse comune ad avere proficue relazioni di vicinato, senza faziose ingerenze esterne. A causa della minaccia nucleare risulta comunque improbabile un coinvolgimento diretto statunitense sul campo - gli apparati americani sono abituati a giocare col fuoco, ma lontano dalle loro case. 
Ciò che interessa unicamente agli americani è rinnovare il proprio status di guida all'interno della NATO e a livello internazionale. In questo le tensioni che ciclicamente flagellano il nostro tempo li aiutano. Tensioni, quindi, il più delle volte create ad arte, come lo scientifico avanzamento ad est della NATO negli anni. Nel loro Risiko ideale, il mondo è diviso costantemente in due: i cattivi, i rozzi russi, e i buoni, loro, gli "illuminati", e noi a scodinzolare affinché il padrone ci porti a pisciare. L'Europa ha l'obbligo morale di fronte alla Storia di sabotare questo meccanismo perverso. Parafrasando una vecchia battuta sul matrimonio, la NATO è la capacità di risolvere in due i problemi che da soli non avremmo. L'Europa ha un solo grande futuro, dietro di sé. Si riappropri della sua Storia, del suo immenso patrimonio di civiltà sedimentato nei milleni, per guidare un nuovo umanesimo.
In coda, un grazie al giornalista Marc Innaro, corrispondente da Mosca della RAI, stranamente sparito dai palinsesti dopo aver semplicemente allargato l'orizzonte d'analisi della guerra in corso oltre le conclamate nefandezze di Putin, tirando in ballo anche le responsabilità della NATO. Altro doveroso ricordo al compianto Giulietto Chiesa che, come Cassandra, andava denunciando tutto questo in tempi non sospetti, quando Putin dormiva ancora nel letto del nostro Presidente del Consiglio in Costa Smeralda e la nostra destra ne tesseva le lodi di grande statista, ergendolo ad esempio per l'intera Europa.



venerdì 2 novembre 2018

Bob Kennedy odiava il Drive In


Il populismo e i nazionalismi crescenti non si giustificano con i depressi indici economici. Per capire la retorica e il linguaggio dei leader di oggi bisogna guardare il popolo che li vota - i leader sono catalizzatori, prodotti della società che li investe, e non viceversa. Allora guardiamolo questo popolo, guardiamolo il paese che genera questi mostri. Si capisce allora che la crisi non è di natura economica e finanziaria. 
La crisi ha radici antropologiche. Il dibattito attorno all'economia non è tra posizioni burocratiche alla Fornero o movimentiste alla Di Maio – Salvini, ma culturale, così come esposto da Bob Kennedy - ormai cinquanta anni fa - nel suo famoso discorso su cosa sia il PIL nei paesi occidentali contemporanei. La questione reale - e urgente - è la visione di cosa sia la crescita e cosa sia dunque auspicabile per il senso comune.
La profonda crisi economica e sociale in Europa è l'effetto di un arretramento culturale e, dunque, morale che attraversa i paesi che ne fanno parte, i quali hanno smarrito le radici umaniste che li ha progrediti nei secoli. Il progresso è inutile e deleterio se non è imbevuto di cultura. L’invenzione della stampa non è stata rivoluzionaria in sé, ma per il sapere e i contenuti che ha consentito democraticamente di diffondere: non ci sarebbe stata la Rivoluzione Francese senza Gutenberg. Così è oggi, con le nuove tecnologie e i nuovi mezzi di comunicazione di massa.