Gli Stati Uniti d'America sono un
cancro che ha infestato tutta l’Europa dal secondo dopoguerra ad oggi. Nel 1949
la minaccia russa alle porte ci ha gettati in braccio al nostro aguzzino. Da
allora hanno polarizzato il quadro internazionale e schiacciato l'Europa in una
morsa, avvantaggiandosene politicamente ed economicamente. Il loro subdolo
neocolonialismo si è insinuato carsicamente nel nostro tessuto sociale per
decenni, corrompendo lo spirito europeo e, come un parassita, si è approfittato
della debolezza del suo ospite e ha proliferato a nostre spese. Hanno
contrabbandato il loro vuoto vitalismo come sintomo di rinascita e noi,
inebriati, abbiamo brindato al boom economico che ci ha fatti schiavi. Ci hanno
letteralmente comprati con il Piano Marshall e, legittimamente, si sono sentiti
padroni a casa nostra. Una metastasi lenta, una pulizia etnica che ha smantellato
millenni di storia e di cultura europee per sostituirle con il nulla prezzolato, con un
individualismo bieco e un'omologazione al peggio, con una visione
materialista e predatoria della vita che giustifica ogni nefandezza con la
logica del profitto. L’Europa fu divisa obtorto collo in due blocchi, noi
scegliemmo il meno peggio, ma non siamo stati liberati, siamo stati colonizzati.
ilBlog - zibaldone tra cultura, politica e versi sparsi
venerdì 18 aprile 2025
domenica 9 febbraio 2025
Napoli è un trucco
Napoli vive da sopravvissuta. E il fatalismo di un sopravvissuto è la cifra della sua maschera tragicomica. L'ombra del monito fatale si allunga perenne sulla città, ogni giorno ha il sapore dell'ultimo. Quindi essa vive "alla giornata", che non significa vivere con leggerezza, ma, al contrario, in profondità, come il sangue magmatico che le dà sia la vita che la morte. Una poetica della precarietà sedimentata in millenni, un esorcismo collettivo che è un antidoto alle distorsioni e alle distrazioni del mondo. Napoli è un trucco sgamato, una magia a cui necessariamente ciascuno crede. È la più vitale delle città, perché è la più precaria tra esse. Ccà se more è il suo inno, che è un inno disperato alla vita. La sua gioia è un sussulto di gioia, il suo bel mare un'onda di malinconia.
domenica 8 dicembre 2024
Caino e Abele
La rituale e pubblica santificazione dei ragazzi uccisi dalla movida violenta cala sulla loro atroce sorte un velo lordo di ipocrisia. Le messe cantate per dipingerli come angeliche vittime non omaggiano la loro memoria, ma la oltraggiano, occultando cinicamente tra l'incenso le nostre responsabilità. Sono un modo di lavarsi la coscienza, frapponendo una vile distanza tra loro e noi. La loro quotidiana normalità è stata freddata, non la loro santa eccezionalità, una normalità che oggi, colpevolmente, viene oltraggiata e non siamo in grado di garantire.
Ciò che si elude pilatamente è una riflessione seria e sincera sulle ragioni della violenza a buon mercato dei loro aguzzini, sulla banalizzazione del male che ormai abbiamo sdoganata. Forse perché le ragioni di tale deriva sono scomode da ammettere. Piuttosto, chi si azzarda in analisi sociologiche corre il rischio di essere additato di qualunquismo; chi cerca di capire è accusato di giustificazionismo.
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